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  • Gianluca Danieli

Recensione di "TEREZIN" (2023)

Come preparare un concerto in un campo di concentramento.


Regia di Gabriele Guidi



(Film visionato in anteprima grazie alla collaborazione con "L'Occhio del Cineasta". Sulla stessa piattaforma è pubblicata una versione ritoccata della stessa recensione, modificata per rispettare i parametri di impersonalità )



Organizzare un concerto di qualità già non è facile. Ancor meno se i nazisti deportano i musicisti a metà-prove.


Una co-produzione italiana e cecoslovacca, la pellicola racconta la storia vera (?) di un “ghetto modello” per ebrei di Terezin (Repubblica Ceca) tra il 1942 e il 1944. Le condizioni di vita (e morte) non sono tremende come in altri campi visti in film più intensi. Hanno un ufficio per l’intrattenimento, una pseudo-scuola in cui fanno disegnare i bambini, ed ospita diverse eccellenze del mondo dell’arte, soprattutto della musica, ora impiegata a lavorare i campi, ma a cui permettono di suonare, se fanno i “bravi”.


Con tutti i film già sfornati sul tema dell’Olocausto, dai drammi alle parodie, non è facile creare qualcosa di nuovo. La squadra dietro il film “Terezin”, tuttavia, offre qualcosa di indubbiamente interessante.


Solo perché il dramma non viene presentato nella sua brutalità più grafica, non significa che non ci sia. La tragedia anzi colpisce rimanendo implicita, centrando l’animo nel profondo, come un’improvvisa pausa in una composizione musicale, una nota saltata, o una sedia d’orchestra improvvisamente vuota.

Il film, più che una storia umana, è una raffinata opera concertistica che sposa la musica con l’eccellente cinematografia in un ritmo lento ma perfettamente equilibrato.


I punti focali della pellicola NON sono i personaggi o i loro legami. Questi passano in secondo piano, proprio come in un’orchestra, la storia e la vita dei singoli musicisti scompaiono dinanzi all’esecuzione dell’opera musicale. Il vero protagonista è il processo di preparazione del concerto, nonostante le difficoltà, prima fra tutte il fatto che, nonostante le pressioni degli ufficiali nazisti per fare bella figura, questi continuino a costringere gli ebrei stessi a scegliere chi tra loro deportare e chi far rimanere.


L’assenza di una maggior esplorazione dei personaggi e la presenza di dialoghi melensi come: “Guardati attorno. Li avevi mai visti così felici? Sembra l’inizio di qualcosa di nuovo. Qualcosa di speciale” potranno impedire un maggior coinvolgimento, ma ciò non toglie dall’impeccabile esecuzione tecnica della pellicola.


Sulla scelta di cosa mostrare, cosa far sentire e cosa no… dopo tutta l’enfasi data alla preparazione del concerto, intorno al quale l’intero film ruota, gli autori del film fanno una scelta artistica molto curiosa. Non la posso scrivere qui. Va vista e sentita di persona. Potrebbe lasciare perplessi. Ma se ci si pensa su un attimo, ha perfettamente senso.


Questo film è un inno alla determinazione di creare qualcosa di bello anche nelle situazioni più avverse e disperate. Se siete musicisti, e il severo direttore d’orchestra vi dice di suonare “come fosse il vostro ultimo giorno di vita”, dopo la visione di questo film, tale frase assume tutto un altro significato.




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