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  • Gianluca Danieli

RECENSIONE DI "DIABOLIK" (2021)

Aggiornamento: 6 apr 2022

regia dei Manetti Bros. - LE SCENE MIGLIORI SI TROVANO QUANDO GLI ATTORI NON PARLANO

Il re del terrore è tornato.


Abbiamo aspettato per anni una rappresentazione per lo schermo di Diabolik che gli rendesse giustizia. Prima la pellicola di Mario Bava (1968), un film pop, anche simpatico, ma ben poco rappresentativo. Poi il cartone animato (1999-2001); privato dei suoi elementi più dark, ma ottimo per vendere qualche giocattolo ai bambini. Dopo ancora la serie moderna di SkyCinema, di cui si era visto un promettente trailer nel 2012, e da allora più nulla. Infine… questo!


Ne è valsa l’attesa?


Be’. È complicato.


I fratelli Manetti abbandonano l’interpretazione in chiave moderna introdotta nel sopramenzionato trailer di Sky, riportandoci invece negli anni sessanta, l’era in cui Diabolik – capostipite del “Fumetto Nero” – fu per la prima volta introdotto dalle sorelle Giussani. Un’era in cui Diabolik, invece che rapire la gente per poi liberarla a furto compiuto, uccideva innocenti con molti meno scrupoli. Una scelta coraggiosa, ma degna di rispetto. Pur non centrando sempre il bersaglio, i Manetti dimostrano quanto meno una cura ed un DESIDERIO di rendere giustizia al re del terrore. Peccato che questo stile retrò non sembri limitarsi all’ambientazione cronologica né all’estetica. La stessa recitazione sembra spesso ripescata dal passato. Era voluto?


Il film è un’altalena di emozioni e stili, al limite dell’inconsistenza. Raffinate sequenze prive di dialoghi e piene di suspense, cedono il posto ad esasperanti dialoghi espositivi. Si passa dall’elegante ispettore Ginko di Valerio Mastandrea, o la Eva Kant diabolicamente sensuale di Miriam Leone, ad una colorita serie di personaggi secondari pescati dal corso di teatro della domenica. Particolarmente comico l’improvviso commento in stile sitcom di un poliziotto dopo che un essere umano viene decapitato. In sostanza: le scene migliori si trovano quando gli attori non parlano.


Per chi è già famigliare con Diabolik, i colpi di scena si prevedono facilmente. Ma anche nei suoi momenti più impacciati, questo film, personalmente, riusciva a intrattenermi. Sicché non sapevo mai quando una comparsa sarebbe intervenuta, interrompendo un momento intenso con una sua uscita involontariamente comica.


Una scena di particolare nota, per il modo in cui incapsula l’essenza del film: è quando Diabolik (Luca Marinelli) nella semioscurità del suo rifugio ascolta ripetutamente la voce registrata della sua ultima vittima. Ripete la frase, più volte, fino a imitarla alla perfezione. Tutto in un unico piano sequenza. Un regista meno rispettoso avrebbe tagliato corto quella scena. O non la avrebbe mostrata affatto. O la avrebbe disperatamente resa più avvincente con un montaggio psichedelico. Qui, invece, con la stessa pazienza e metodica calma che caratterizza i migliori assassini, i registi ci fanno vivere quel momento lentamente e fino in fondo. Quella è probabilmente la mia scena preferita, anche perché è l’unico momento in tutto il film in cui il protagonista non si mangia le parole.


A conti fatti, nei suoi pregi e difetti, questo film rimane la rappresentazione audiovisiva che più si avvicina a rendere giustizia all’iconico personaggio. Non che le sue incarnazioni passate come concorrenza valgano tanto, però diamogli credito. Forse non ancora la perfetta interpretazione, ma comunque un passo (impacciato) nella giusta direzione.


Per i fan di Diabolik, lo raccomando caldamente. Anche se solo per farsi quattro sane risate nell’era del Covid.


Buona notte a tutti. E attenti ai ladri.

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