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  • Gianluca Danieli

Recensione di "PINOCCHIO" (2022)

Regia di Robert Zemeckis, Film Disney - INSULTO ALL'ORIGINALE O ORIGINALE STRAVOLGIMENTO?


(Film visionato in anteprima grazie alla collaborazione con "L'Occhio del Cineasta". Sulla stessa piattaforma è pubblicata una versione ritoccata della stessa recensione, modificata per rispettare i parametri di impersonalità richiesti)

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Adoro i remake della Disney. In un mondo di divisioni politiche e ideologiche, in cui talvolta non si concorda neanche su che forma abbia il pianeta terra, queste moderne rielaborazioni dei classici offrono una rara occasione in cui il mondo intero, piatto o tondo che sia, può mettere da parte tutte le divergenze per convenire su quanto tali film siano insensati e inferiori agli originali che si propongono di reinventare. Tra i più tragici ricordiamo – con un minuto di sospirato silenzio – “Il Re Leone” (2019) e “Mulan” (2020).


Quando mi sono apprestato a visionare l’ultimo disfacimento di un classico dell’animazione Disneyana, non vedevo l’ora di smantellarlo. Poi però, è successa una cosa strana…


Non l’ho trovato così male.


A grandi linee, la pellicola pare inizialmente seguire la trama spiccicata del classico animato del 1940. Nessuna delle modifiche o aggiunte sono tratte dal romanzo di Carlo Collodi (datato 1883). Gli sceneggiatori Robert Zemeckis & Chris Weitz optano invece per una interpretazione tutta loro, senza alcun richiamo al materiale originale (chissà se lo hanno letto). Tra le aggiunte, di particolare nota sono la surreale amicizia fra Pinocchio, la marionetta Sabina e la marionettista che ne regge i fili; ed il numero cantato dell’uomo che adesca i bambini per portarli nel Paese dei Balocchi, così magnificamente fuori-luogo da risultare comico.


Come nella versione del 1940, Pinocchio (Benjamin Evan Ainsworth) rimane ben distante dal pestifero burattino del libro in cui ogni disgrazia è diretta causa delle sue azioni. Gli autori dietro il film, tuttavia, riescono ad introdurre una nuova prospettiva sull’iconico personaggio di legno, che si rivela sorprendentemente attuale e, per quanto riguarda le precedenti versioni di Pinocchio, inedita. Il Pinocchio letterario è birbante, il suo viaggio per diventare un bambino vero simboleggia la sua crescita interiore e maturazione. Qui la metafora viene completamente stravolta, offrendo una chiave di lettura diversa. Un bambino nasce fatto di legno, tutti gli fanno pressione affinché diventi un bambino vero, persino la scuola. La pellicola lancia la domanda provocatoria: e se invece di spingere questo bambino a cambiare la sua natura lo accettassimo com’è? Il personaggio che deve cambiare, trasformarsi, non è più Pinocchio, ma tutti quelli intorno a lui, incluso il padre Geppetto (Tom Hanks). Una morale tradizionale, forse melensa, ma inconsueta nel contesto di Pinocchio.


Per alcuni spettatori, questa interpretazione potrà essere un insulto all’originale, per altri un originale stravolgimento. Rimarrà però da dibattere se, negli ultimissimi secondi di film, tale tematica viene tradita o meno. Il ché offrirà più motivi di riflessione di qualunque altro remake Disney. Persino la famosa scena del naso che si allunga pare implicare che talvolta le bugie possono essere a fin di bene.


Dirigendo “Chi Ha Incastrato Roger Rabbit?” (1988), Robert Zemeckis aveva dato prova che esisteva un modo per mescolare live-action e animazione in maniera elegante. In questo film, la qualità con cui i due elementi si sposano è… diciamo… altalenante, al punto da risultare involontariamente spassosa.


Lo stesso regista vanta un curriculum che include: “Ritorno al Futuro”, “Forrest Gump”, “Polar Express” e “Cast Away”, per dirne alcuni. Quest’ultima aggiunta alla sua filmografia difficilmente entrerà nella storia del Cinema come i suoi progetti precedenti. Tuttavia, potrebbe guadagnarsi un alto posto nel Pantheon dei remake Disney meno spiacevoli da sorbirsi. E questo è notevole.




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