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  • Gianluca Danieli

RECENSIONE DI “CODA – I segni del cuore” (2021)

Aggiornamento: 29 giu 2022

Regia di Sian Heder - VINCITORE DI 3 PREMI OSCAR - PERO'...

Un peschereccio in mezzo al mare sovrasta il suono delle onde con la sua radio a tutto volume. Fra le persone su quella barca, una sola canta. Ruby (Emilia Jones), l’unico membro che ci sente in una famiglia di sordomuti, ha un sogno: cantare. Ma inseguirlo significherebbe privare la famiglia di ciò che per anni è stato il loro unico legame col mondo di chi ci sente.


Questo film – vincitore, tra l’altro, dell’Oscar per miglior sceneggiatura non originale – è un remake che ripropone l’esatta trama, PUNTO PER PUNTO, del film del 2014 “La Famiglia Belier” (regia di Eric Lartigau) con due o tre variazioni (la famiglia, da allevatori di mucche, diventano pescatori, e da francesi diventano americani).


Confesso di essere rimasto perplesso all’idea che un remake così avesse vinto anche il premio di miglior film. Non sarebbe come vincere al festival di Sanremo con una cover? Per di più, mi ha fatto un po’ ridere quando a fine film, nei titoli di coda… ‘scritto da…’, ‘prodotto da…’, solo alla fine della prima fase è comparsa la menzione (scritta in piccolo) del film originale.


Non mi metterò però a difendere la pellicola venuta prima, poiché… non era granché. Questa nuova versione americanizzata – bisogna ammettere – rielabora molti elementi in maniera più curata. Stavolta gli attori sono DAVVERO sordomuti, e non commettono errori di linguaggio dei segni. Ricordo SOPRATTUTTO come, nella versione originale, gli autori del film ricorressero ai sottotitoli il meno possibile, facendo ripetere i dialoghi alla protagonista, anche quando non faceva da interprete, privando molte scene di intimità e naturalezza. Li ripeteva più per il pubblico che per sé stessa. Qui le scene scorrono molto meglio.


Anche per chi non ha visto il film precedente, la storia rimane aderente ad una formula classica e facilmente prevedibile, per quanto ben raccontata e senza alcun artifizio di stile. Gli elementi della storia coming-of-age ci sono tutti. I bulletti a scuola che perseguitano la protagonista emarginata. L’unica amica del cuore con cui si confida. La cotta per un ragazzo. I genitori che la mettono in imbarazzo con i loro modi espansivi e sfacciatamente sessuali (ora so come si dice in linguaggio dei segni americano: “Le palle mi vanno a fuoco”; scene spassose come questa devono essere valse l’Oscar a Troy Kotsur). I crescenti problemi economici che gravano sulla famiglia, e la loro epica crociata contro il capitalismo. L’insegnante di canto a volte stronzo, a volte premuroso e spronante. L’ansia da prestazione che la protagonista deve affrontare. Le incomprensioni famigliari, le barriere comunicative. Una corsa contro il tempo per arrivare al provino su cui si gioca tutto e, qualora andasse bene, il dilemma se fare o meno il passo finale e seguire i propri sogni, o restare con la famiglia che, nel tempo, è finita per dipendere dalla figlia. Tutti questi elementi classici sono – sia chiaro – ben strutturati, ben intrecciati e, soprattutto, ben recitati. Nulla da dire. Però, mi sarei aspettato qualche sorpresa in più da un film con tre Oscar.


Ciò che per me ha davvero elevato il film sono… le CANZONI.


Niente elaborati o sfarzosi numeri musicali. Emilia Jones, da sola, con la sua voce e naturalezza, mi ha tenuto incollato al mio posto fino alla fine dei titoli di coda. Il ché, al contempo, rendeva ancora più tragica la barriera fra lei, i suoi genitori e tutti gli spettatori non udenti del film.


Si parla tanto di rappresentazione della comunità sordomuta ma, alla fine, questa rimane una storia raccontata principalmente da un punto di vista di una udente, e per un pubblico udente.


Per chi non ha paura di una storia un po’ troppo classica e scontata, lo raccomando. La bravura degli attori la rende un piacevole viaggio fra storie di suoni, canzoni, onde di mare, ottimismo e, soprattutto, di silenzi.



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